GAETANO PASQUI

Agronomo, inventore, sperimentatore. Dal 1835 birraio in Forlì

Articolo pubblicato su "Il Melozzo" - Novembre 2014

 

 

Forlì città della birra? Potrebbe essere un’idea per dare un’identità accattivante, del tutto nuova, alla città romagnola. Documenti su questa storia, avviata da un antico zio dello scrivente, sono reperibili in Biblioteca, nel Fondo Pasqui, in parte costituito da libri, e in parte da 57 scatoloni contenenti opuscoli, lettere, diari, cartoline, ricordi di vario genere, progetti, discorsi, saggi, ecc… riguardanti vicende forlivesi, nazionali e internazionali nella Belle époque vissute da Tito Pasqui (1846-1925), figlio di Gaetano e di Geltrude Silvagni. Quando la vite in Romagna era vessata dalla filossera, ci fu qualcuno che immaginò di impiantare e consolidare una nuova coltura, quella del luppolo, per fare della Romagna la terra della birra. Si chiamava Gaetano Pasqui, era nato a Forlì nel 1807 e possedeva, col fratello maggiore Giovanni, un fondo di circa sei ettari in località Bertarina di Vecchiazzano, a pochi passi dal ponte su via ponte Rabbi. Qui, nella sua casa (l’indirizzo era “via Camaldolesi 1164”), conduceva un’agenzia per macchine e strumenti rurali. Per quanto riguarda la birra in luogo del sangiovese si può dire che l’iniziativa non ebbe successo, però proprio a Forlì fu studiata per la prima volta in Italia in modo scientifico e sperimentale la coltivazione del luppolo: e da questa esperienza ne trassero notevoli consigli professori universitari, imprenditori e industriali. Il nome del forlivese Gaetano Pasqui a metà dell'Ottocento, infatti, era noto per la sua attività di inventore di attrezzi agrari, di costruttore di modelli di macchine per migliorare la coltivazione dei campi e per i suoi studi su barbabietole e arachidi. Ma l’impresa che fece parlare di lui fu l’avvio di una fabbrica artigianale di birra, una delle prime in Italia (dal 1835) e la prima prodotta con luppolo italiano. Egli era, infatti, un birraio ma il costo del luppolo importato dalla Germania era diventato proibitivo: quindi pensò di introdurne la coltivazione in Italia. Raccolse le piantine di luppolo selvatico che crescevano nei pressi di casa, ne studiò le proprietà e provò a coltivarle: nel 1847 produsse la prima birra fatta con luppolo italiano. Solo dopo qualche anno ebbe consistenti soddisfazioni. Scrive infatti Alfonso Magiera in “Della coltivazione del luppolo” del 1875 che Gaetano Pasqui di Forlì  «dal 1847 al 1850 coltivò una trentina di piante di Luppolo ed ebbe buoni risultati: all’infierire sulla vite della malattia che fece torturare l’ingegno a tanti dotti per trovar succedanei alla più gradita fra le bibite fermentate, lasciandone tutti più o meno sdegnato Bacco, il Pasqui, fabbricatore di birra, pensò sul serio alla sua coltivazione del Luppolo; nel 1873 aveva una luppolaja di qualche entità, fece buona birra e buoni danari». Poi aggiunge: «conviene annotare che la luppolaja Pasqui fu colta da malattia speciale nel terzo anno di sua vita, nel 1855, la quale infierì poi più forte sulle piante adulte nel 1856, e che il Pasqui riuscì a dominare nel 1857, anno in cui gli fu conferita una medaglia d’onore a Forlì». L’esperimento del forlivese ebbe successo, tanto che se ne parlò anche fuori città. Il 31 maggio 1860, il prof. Gian Francesco Contri, nel corso della 24° ed ultima sessione ordinaria dell’anno 1859/60 dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, fra le <coltivazioni da introdursi> consigliò <come assai opportuna quella del luppolo, per esser noi divenuti da oltre trent’anni e consumatori e fabbricatori di birra>. In quella circostanza presentò <i campioni ricevuti dal suo corrispondente di Forlì, Sig. Gaetano Pasqui, fabbricatore di birra e coltivatore di luppoliere>. L’anno successivo fu pubblicata, sempre a Bologna, la monografia “Del Luppolo coltivato da Gaetano Pasqui di Forlì”, dove l’agronomo spiega in modo dettagliato i segreti della coltura. In quello stesso 1861, anno fatidico per la storia d’Italia, a Firenze Gaetano Pasqui ottenne un riconoscimento nazionale, cui seguì anche un premio a Londra (1862). Finché ne nacque un “caso”. Il 10 maggio 1863, il professor Francesco Luigi Botter di Bologna scriveva che «i nostri birrai pongono ostacolo allo smercio del nostro Luppolo adducendo che non si presta alla fabbricazione della birra come il Luppolo germanico: che non ha l’aroma di quello: che non torna usarlo anche se si potesse ottenere a un prezzo assai minore. I birrai hanno torto e per avventura sono dominati da un pregiudizio. L’analisi fatta del Luppolo del Pasqui ha riscontrato la stessa quantità di Luppolina che si ottiene dal luppolo germanico». Lo stesso studioso, poi, aggiungeva «credo che i nostri birrai partecipino a quella ancor generale trascuranza delle cose nostre, e a quel brutto vezzo di credere che nulla vi sia di buono se non viene d’altrove; e lo argomento dalla osservazione, che esperimenti sul nostro luppolo non furono fatti che da pochi i quali avean ragione di sprezzarlo per rivalità di mestiere. Infatti dalle indagini istituite dai giurati all’Esposizione Italiana si trovò che il luppolo in Italia non fu ancora coltivato che per saggi e senza buone norme di coltivazione. Pochi erano questi saggi all’ Esposizione presentati e di qualità scadente. Il solo Pasqui coltivò il luppolo in qualche estensione e con metodo razionale, ma il Pasqui è un birrajo, e traetene la conseguenza per gli altri pochissimi esperimentatori birrai». Così nel 1867, inoltre, Gaetano Pasqui era l’unico espositore italiano invitato all’Esposizione internazionale dedicata a “houblons, bières & matériel de brasserie” svoltasi nella cittadina alsaziana di Haguenau dal 10 al 20 ottobre 1867. Nel catalogo, si legge il suo nome nelle sezioni 1, 3 e 5, come <negociant et brasseur à Forlì (Romagne)>. Insomma, era considerato un’autorità nel campo della birra, anche perché aveva inventato alcuni attrezzi utili alla coltivazione del luppolo: come il piantapertiche, il levapertiche o lo zappetto-ronca. Nel 1871, il luppolo e la birra di Gaetano Pasqui erano in mostra all’Esposizione di Forlì, collocata nell’attuale Palazzo della Provincia mentre aveva avviato un altro luppolaio alla Pianta, nel terreno della Stazione agraria. Poi l’esperienza nata a Forlì si diffuse in Italia. In “Del Luppolo coltivato da Gaetano Pasqui di Forlì” si legge: «Ottenuti tali risultati avrebbe voluto il Pasqui aumentare i Luppoli, ma il terreno da esso posseduto è di limitata estensione, e non del tutto adattato a tale coltura per essere costeggiante ad un fiume». Pertanto, sulla rivista Incoraggiamento di Bologna e nelle pagine de La Nazione di Firenze, scrisse un avviso: «Gaetano Pasqui coltivatore di Luppolo e fabbricatore di Birra in Forlì, desideroso che venga propagata la coltivazione della predetta pianta fra noi italiani,(...) pone in vendita i polloni a L.5 il cento dei quali potrà disporne circa 4000... A facilitare poi l'impianto di Luppolaie, il Pasqui stesso offre ai nuovi coltivatori di loro somministrare le pratiche cognizioni in proposito, ed anche l'opera sua onde assicurare la promessa riuscita». Nel 1879 Gaetano Pasqui morì, lasciando la moglie Geltrude e i figli Tito, Ottavia, Livia e Claudia. Ora è sepolto nella tomba di famiglia, nel Cimitero monumentale. La produzione della birra, smerciata in decine di migliaia di bottiglie in terracotta, si arrestò, ma l'esperienza dell'agronomo forlivese fu riportata su testi scientifici e accademici dell'epoca e diede impulso alle grandi aziende che tutt'ora sono marchi conosciuti.

 


Umberto Pasqui

 

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