UN CONCRETO VISIONARIO

Gaetano Pasqui, concreto visionario

Articolo pubblicato sulla rivista “La Piê” - Novembre 2010

 

 

Maria Amalia, Giuseppe, Giovanni e Gaetano. Questi erano i quattro figli di Fabrizio Pasqui e Anna Fabbri, lui domestico lei cucitrice, che vivevano in via dei Giudei, presso un’abitazione di Melchiorre Missirini. Già sarebbe interessante approfondire l’intreccio che portò questo Fabrizio, di origini umbre, a rifugiarsi per motivi politici nella napoleonica Forlì, e proprio in casa di un entusiasta filo francese come Missirini; ma questa è un’altra storia. Se dei primi due figli la memoria è come evaporata (erano nati tra il 1795 e il 1797), gli ultimi due sono più noti. Giovanni (1802-1893) è diretto ascendente di chi scrive, mentre il più giovane fratello Gaetano (1807-1879) fu il capostipite di un ramo familiare che, prima dell’estinzione, desiderò lasciare la parte più cospicua dei suoi documenti alla Biblioteca civica di Forlì. Sposatosi con Geltrude Silvagni ebbe, infatti, una prole dai nomi romani: Tito, Ottavia, Livia, Claudia. Solo Livia andò in moglie a un ufficiale bolognese, ma la loro figlia Eleonora morì giovane. Tornando a Gaetano, sembra interessante sottolineare gli altri suoi nomi di battesimo: Andrea, patrono della Scozia di cui, col senno di poi, possono venire in mente le birre di antica tradizione, e Leonardo, il genio, cui si associano le sue trovate, le sue invenzioni, le sue intuizioni. Nomen omen, si suol dire. Se i documenti più antichi attestano una sua origine umile, vero è che dagli anni ’30 dell’Ottocento è qualificato come “possidente”: un salto di censo dovuto sicuramente alla sua genialità, ma forse anche a chissà quali radici (importanti?) lasciate a Città di Castello. Gaetano era, tra l’altro, uno di quei pochi che avevano diritto di voto, in tempi in cui di suffragio universale non si sentiva nemmeno parlare. Avendo acquistato alcuni terreni nei pressi della città (in località Ronco, ma anche verso Vecchiazzano), sperimentò diverse colture ritenute esotiche e assolutamente originali. Come, per esempio, l’arachide e la barbabietola da zucchero (quest’ultima sì ch’ebbe successo). Aprì un’agenzia di macchine e strumenti agrari situata in via dei Camaldolesi (oggi via Caterina Sforza) dove si forgiavano aratri, carretti, strumenti inventati o adattati al terreno di chi li commissionava. Importante è il caso del “Copriseme inquadernatore”, chiamato anche “Polivomero Pasqui” sperimentato in tutta Italia e premiato in varie occasioni, tra cui a Parigi nel 1867. Quest’attività di imprenditore innovatore legato specialmente alla terra portò Gaetano ad essere tra i fondatori della Camera di Commercio di Forlì. Ma appena ebbe visto una casa situata lungo l’attuale via Ponte Rabbi, una casa antica, perfettamente cubica, con annesso uno stabile per i domestici, collocato in un terreno dal lato opposto di quello su cui ora si erge il presidio ospedaliero di Forlì, volle acquistarla. Era il 1851. Il fondo era soggetto a piene e ad alluvioni e i religiosi di San Salvatore in Vico glielo cedettero senza troppi problemi. In realtà, quella terra dai confini così incerti era la sede ideale per una coltura di luppolo, pianta che esige una costante irrigazione. Da qualche anno, almeno dal 1835, Gaetano era un birraio e produceva birra con luppolo importato per lo più dalla Germania. Quest’attività, singolare per la Romagna cui, secondo luoghi comuni, si suole accostare sempre il vino, in realtà gli permise di mantenere la famiglia. La casa, poi, non distava tanto da Villa Saffi, ed era spesso sede di incontri politici ma anche richiesta per ricevimenti del “Signor Prefetto”. Non a caso è il caffè, inteso sia come bevanda sia come locale, che caratterizza la famiglia fino ai primi anni del Novecento. Il Caffè Pasqui era all’inizio di corso Diaz, e una fitta schiera di caffettieri (anche Gaetano, da ragazzino) ha questo cognome. L’interesse per l’arachide, infatti, era nato perché rendeva più gradevole la cioccolata in tazza, e le noccioline tostate, poi, dovevano essere un debole per il birraio (e si trovano ancora oggi sui tavoli dei pub). Fu proprio la birra a far parlare di Gaetano oltre confine. Facendo di necessità virtù, aveva notato che importare il luppolo era troppo costoso; eppure è così frequente, ancora oggi, imbattersi nella “pianta lupo” i cui coni femminili sono ormai indispensabili per il nettare di Cerere. Il luppolo cresce spontaneo, selvatico sulle rive dei fiumi. Gaetano ne isolò alcune piantine e provò a farne una piantagione: ci volle qualche anno, ma poi, nel 1847 “fu allora che il luppolo si era fatto italiano” come si legge in una sua antica biografia riprodotta sul calco dell’elogio letto sul feretro. Ben presto l’industria si assestò, specialmente dalla seconda metà degli anni ’50 dell’Ottocento quando, sconfitta la melata, la piantagione forlivese diede grosse soddisfazioni tanto da essere poi segnalata a più riprese. Due operai lavoravano sei mesi all’anno e il prodotto fu una birra premiata anche a Firenze e a Londra. Nel 1867 ad Haguenau, in Alsazia, quella di Gaetano Pasqui era l’unica birra italiana presente all’esposizione internazionale di luppoli e affini. Quest’esperienza di successo fu pubblicata nell’opuscolo “Del luppolo coltivato da Gaetano Pasqui di Forlì” (1861) e si sa che nel 1863 furono smerciate ben 35 mila bottiglie di birra. Bottiglie che dovevano essere di terracotta e capaci circa un litro. Del resto, Gaetano, da concreto visionario, immaginava una Romagna terra della birra, perché la filossera aveva devastato i vigneti ed era urgente trovare un succedaneo del vino. Ostacolato dai grandi produttori che arricciavano il naso davanti al “luppolo selvatico”, seppe confermare il valore della sua impresa appoggiandosi agli studi delle università. La sua fu la prima piantagione di luppolo selvatico coltivata in modo scientifico e Gaetano si prodigò per diffondere il suo metodo, tanto che, oltre che da tutta Italia, anche da Londra gli chiesero lumi. Divenne pure assistente alla cattedra di agronomia nella sua città natale. Morì nel 1879. Curiosamente, tra le prime uscite pubbliche del figlio Tito, proprio in quel 1879, si ha una sua conferenza ad Ancona sulla filossera: contribuendo a risolvere il problema causato dall’insetto, i vigneti ritrovarono robustezza con innesti e di Romagna terra della birra non se ne parlò più.

 

 

Umberto Pasqui

 

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Birra Gaetano Pasqui S.r.l.s. - Via Oreste Regnoli 30 47121 Forlì - P.I. 04284050400 - info@birrapasqui.it - Sito a cura di Francesco Pasqui - Grafica a cura di Giulia Pieri