CHI SIAMO

Chi siamo? Sarà meglio presentarci.

Cinque cugini: Umberto Pasqui, Valentina Farolini, Emma Cimatti, Caterina Pasqui, Francesco Pasqui. C'è chi lavora e chi studia, abbiamo età diverse, viviamo per lo più a Forlì ma anche in Veneto e a Torino. Cosa abbiamo in comune? La parentela e, quindi, un antenato: Gaetano Pasqui, pioniere della birra artigianale italiana. In casa si è sempre saputo poco di questa vicenda e allora, già dal 2006, Umberto ha iniziato a condurre ricerche tra archivi, biblioteche e fondi. Il materiale più interessante è condensato nel libro “L'uomo della birra” pubblicato da CartaCanta nel 2010. Ma ricordiamo anche che nel 2008, nel Salone Comunale di Forlì, fu raccontata questa vicenda attraverso una mostra per immagini (da cui l'opuscolo “Quando Forlì era capitale della birra” a cura di Gilberto Giorgetti). Da allora “L'uomo della birra” è stato presentato in varie località, da Castiglione del Lago alla Venaria Reale riscontrando notevole interesse in un mondo in ebollizione come quello della birra artigianale italiana. E a poco a poco l'idea è diventata sempre più frizzante. Nonostante qualche “incidente di percorso”, sono stati fatti tanti passi in avanti: ciò che sembrava avere una prospettiva soltanto editoriale si è trasformato in una scommessa imprenditoriale. Perché, dunque, non rimettere in moto la “Premiata Fabbrica di birra Gaetano Pasqui – Forlì”? Così abbiamo fondato una Società tra cugini, consapevoli di essere “speciali” in tante cose: siamo legati da vincoli familiari a un poco conosciuto “genio della birra” che già nel 1835 produceva come adesso fanno i microbirrifici.

Abbiamo scelto di tuffarci: così la linea di birre che intendiamo produrre avranno caratteristiche ben chiare: un rigoroso rispetto dell'identità locale (Forlì e dintorni) con apertura verso il mondo (non esistono birre artigianali italiane che abbiano una storia tanto antica e che siano ancora rette da parenti del fondatore), un attento studio sulle ricette (con ingredienti non comuni, antichi, talora rivisitati in chiave contemporanea), una decisa “italianità” (non troverete termini stranieri, Gaetano non li avrebbe sopportati: ha combattuto una vita con i “grandi marchi” per dimostrare che la birra non è esclusiva di altre latitudini, anzi, è italianissima fin dagli etruschi).

Certo, tutto ciò sarà graduale: Gaetano, per realizzare il suo sogno, ha impiegato diversi anni e tanto lavoro. E poi ci mettiamo del nostro: non ci vergogniamo di dire che tutti e cinque siamo dei creativi.

 

 

Gaetano Pasqui, nato a Forlì nel 1807, inizia a lavorare da adolescente come barbiere. Ben presto si appassiona alla tecnologia, alla sperimentazione. Nel 1835 è birraio e lo faceva come si fa adesso: un piccolo impianto (una cisterna sotterranea), una canaletta per tenere al fresco le materie prime, e poco altro. Il luppolo era importato.

 

 

Crescendo, però, volle scommettere sul luppolo selvatico forlivese. Ne raccolse qualche piantina sull'argine poco distante da casa e, dal 1847, iniziò a produrre la prima birra con materie prime totalmente locali. Dodici anni di lavoro e di tentativi che si unirono ad altri (come la curiosa coltivazione di arachidi, o la lungimirante prima coltura di barbabietole), e insieme a questo inventava strumenti agrari, alcuni dei quali, proprio per la birra e la coltivazione del luppolo.

 

 

Si scontrò con alcuni detrattori ma inviò campioni del suo luppolo alle Università che stabilirono che la quantità di luppolina era la medesima di quella tedesca. Da quelle poche piantine, ne trasse oltre tremila. Dai dati della Camera di Commercio si evince che negli anni '60 dell'Ottocento vendeva oltre trentamila bottiglie all'anno. Bottiglie di terracotta, di stile vittoriano.

 

Vinse numerosi premi, anche a Londra (1862). Nel 1867 il suo luppolo e la sua birra costituiva l'unico angolo italiano in una celebre fiera alsaziana. Grazie al figlio Tito, rappresentante per il Governo italiano alle Esposizioni Universali, la sua birra fu conosciuta anche all'estero, tanto che fu apprezzata specialmente in Inghilterra. Le testimonianze scritte raccontano di un uomo buono e disponibile, tanto che inviava a tutti campioni di luppolo per promuoverne la sua diffusione in Italia. Il suo pallino, infatti era riscoprire il valore dei nostri prodotti, della nostra agricoltura, del nostro saper fare; senza ricorrere all'estero, senza complessi d'inferiorità. Rimase comunque per sempre umile, umile ma determinato. La sua visione, in Italia, si sta realizzando adesso. Oggi, i suoi nipoti, vogliono rendere omaggio al geniale Gaetano che ha saputo precorrere la storia di oltre centocinquant'anni.

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